(“ma i desideri mica si avverano?”)

Cammino fino a casa. Ogni volta faccio una sfida. Apro il portone e sulla soglia formulo un desiderio, poi lascio andare il portone grande e pesante che si chiuderà da solo e scappo su a razzo per i nove scalini che mi separano dal pianerottolo dell’ascensore. Se riesco a toccare la porta dell’ascensore prima che il portone si sia richiuso, il desiderio si avvererà. A volte entrando nel portone mi accorgo che l’ascensore è già lì, pronto, al piano, allora alzo il tiro ed esprimo un desiderio più grande. In questo caso devo non solo toccare l’ascensore, prima che il portone si sia richiuso alle mie spalle, ma devo anche aprirlo. E il giorno che io, espresso il desiderio, correrò così veloce che nel tempo che il portone si sarà richiuso, avrò aperto l’ascensore, sarò entrato e avrò pigiato il quattro… Il giorno che io aperto il portone di casa riuscirò a correre così veloce da trovarmi dentro all’ascensore per salire, scendere e uscire di nuovo dallo stesso portone nel tempo che questo si sta chiudendo… Insomma il giorno che io aperto il portone salirò nell’ascensore e pigiato il quattro per salire mi ritroverò a scendere e incrocerò me stesso che corro, col portone appena aperto, e riuscirò a uscire dallo stesso portone che ho appena aperto, senza toccarlo… Quel giorno il desiderio si avvererà.

a place to call home

She’s driven. She’s very, very stubborn. She doesn’t like to lose. But she sees the best in people, even when they don’t see it in themselves… She gave me something that I hadn’t had since, really since my mom died. She gave me a place to call home. A place I’d want to call home.” (Peter Bishop)

Credimi, io non sono cattivo, ho soltanto il lato oscuro un po’ pronunciato… mi sento come l’angelo affascinato dal buio.