Ma che ne sai, ma cosa vuoi, ma

Ma che ne sai, ma cosa vuoi, ma che vuol dire,
ma che vuol dire che non si può stare fermi ad un estate,
a un colore, a un pianeta, ma che vuol dire adolescente,
che vuol dire il tempo passa, che vuol dire quarant’anni
o centoventi e poi perché non possiamo più giocare
e neanche farci male, perché tutto deve andare sempre
com’è normale.

Dimartino, Ormai siamo troppo giovani ]

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(a big ocean)


– Sometimes I get to think about a turtle out there. You know, it’s just swimming around, doing its things. And then one day it looks up and it sees another turtle, female, they’ve never met. They don’t receive each other before there is that… moment… of recognition that they just know that… that they are connected… that something is going on.
– Could happen!
– It’s a big ocean.

un monumento nelle viscere

Rileggo il libro di Brondi, come faccio sempre nei miei periodi neri spettacolari, e torno indietro nel tempo.
A quel giorno dell’autunno ’08 in cui per la prima volta ho ascoltato Piromani su MySpace.
Alla sua voce rotta, alle parole, alle grida che mi facevano piangere.
Andiamo a dare fuoco ai tramonti e alle macchine parcheggiate male.

Qualche settimana dopo giravo con te per Bologna, e siamo andati alla Ricordi di via Bassi a cercare Canzoni da spiaggia deturpata.
Chissà se ti ricordi.
La mia felicità quando siamo usciti e mi rigiravo il disco tra le mani.
Quella sera, a casa tua, quando ti ho costretto a metterlo sullo stereo, mentre cucinavamo abbracciati.
La tua faccia un po’ schifata, le mie risate per la tua faccia un po’ schifata.
Io che leggevo quei testi, e non ci capivo un cazzo.
La delusione. Il disco che prese polvere per due o tre mesi.
E poi la riscoperta, l’ossessione per quelle canzoni, che ascoltavo ogni sera per prendere sonno.

E quella notte di marzo, a Roma per un reading. Vasco Brondi che legge Pier Vittorio Tondelli. Pezzi lacrimogeni di Camere separate. Io ero quel ragazzo in terza fila che a stento tratteneva i singhiozzi.
Un’ora dopo, mi facevo di corsa una Via Nazionale semideserta, con la paura di perdere l’ultimo treno, con te che mi stavi vicino, stretto stretto a cinquecento chilometri di distanza.

cerco di convincermi che le distanze sono una cosa bellissima. e lo sono, di sicuro, ma vaffanculo.

Il concerto delle Luci al Locomotiv che non abbiamo mai visto, chissà per quale cazzo di motivo.

E poi la fine.
Tutte le altre volte in cui  l’ho visto, sentito, letto, e ci ritrovavo dentro pezzetti di noi.
Alle lacrime sui milioni di ascolti di farò rifare l’asfalto per quando tornerai ma tu non tornavi mai.

Sono passati quattro anni.
Ti penso raramente. Con un sorriso. Come oggi.
E niente, volevo conservare qualche parte di me.
E dirti ciao. E grazie, per l’amore.
A te che ormai non fai più parte dei brutti ricordi.

fuggire

a volte fuggire non è la soluzione
a volte fuggire è una resurrezione
è come sfidare il niente stare qui
io non so se ritornare
quale vuoto sia peggiore
se avrò forza per trattare
e se il mio destino è stare
fuori o dentro…

un’altra notte

E un’altra notte che nasconde le macchie
un’altra notte che copre le spalle
un’altra notte che segue le tracce
un’altra notte che aspetta con me
un’altra notte che gira le spalle
un’altra notte che muore con me
un’altra notte che ride con me
un’altra notte che aspetta con me